+ Flusso di Coscienza (Caro Maurizio Costanzo Show... lettera n.8)
lettera n.8

«Cosa cercate?» domandò Mishkin.
«Non lo so con esattezza» disse Orchidius «Ma quando l'avrò trovato lo saprò per intuito. E voi cosa cercate?»
«Non ricordo» gli rispose Mishkin «Ma appena lo vedrò lo riconoscerò.»
«Forse è meglio non sapere» disse Orchidius «Sapere cosa si vuole intralcia la ricerca.»

ROBERT SHECKLEY, "Opzioni"






















FLUSSO DI COSCIENZA

Caro Maurizio Costanzo Show,

sai cos'è lo "stream of consciousness"? Io non lo so, in virtù del triste dato di fatto che le cose che non so sono infinitamente più numerose delle cose che so. Ma conoscendo la lingua inglese e raffazzonando le lacune con la logica, me lo immagino, e se mi dovessi sbagliare vorrà dire che il significato che sto per esprimere l'avrò inventato io, il che è ancora meglio - sotto certi punti di vista - che averlo saputo per averlo appreso.
Ebbene, tradotto in italiano, "stream of consciousness" vuol dire "flusso di coscienza", ed io arguisco che con ciò s'intenda l'atto di esprimersi linguisticamente - verbalmente o per iscritto - con totale libertà, ossia senza progettare in alcun modo ciò che si sta per dire o per scrivere, lasciando semplicemente che tutto ciò che di linguistico la coscienza genera venga subito espresso, in tempo reale, senza filtrare con il proprio giudizio le parole, le frasi ed i concetti. In questo momento non mi sovvengono i particolari vantaggi che da questa tecnica scaturirebbero, eccettuato uno, che ritengo notevole: la mente, priva di una direzione ed un fine, è libera di seguire itinerari inesplorati, e generare concetti originali e inediti, che mai sarebbero stati espressi se fin dall'inizio si fosse saputo ciò che si sarebbe andati a dire. Se non mi sbaglio ha usato tale tecnica anche Joyce, ma è facilissimo che io mi sbagli, anche considerando che Joyce non l'ho mai letto. (Ci ho provato con l'Ulisse, ma mi è subito passata la voglia.) D'altronde neanche Joyce, con la scusa di essere morto prima che io nascessi, ha mai letto me.
Ecco, ora sto facendo qualcosa del genere. Finora il discorso è abbastanza coerente, o così mi sembra, poiché se non mi sembrasse coerente la spiegazione che do di quanto io stia facendo, come potrei continuare a farlo?
«Davanti alla tastiera del mio computer, premo irriflessivamente i tasti, sperando che l'atto stesso di esprimermi generi un significato che valga la pena di essere trasmesso, poiché le parole che automaticamente produco hanno certamente un senso, e le frasi che le parole ammucchiate inevitabilmente compongono hanno ancor più senso delle parole.»
E se anche quanto io scrivessi non avesse un senso compiuto, potrebbe sempre celare qualche significato nascosto, ignoto anche a me che lo scrivo. In definitiva, chi mai riesce a comunicare esattamente quanto sia nelle sue intenzioni? Uno scrittore scrive di una deliziosa fanciulla, senza ovviamente allegarne la fotografia dato che ella esiste solo nella sua mente, ed ogni lettore immaginerà quel che gli verrà più idoneo immaginare; il cinese immaginerà una ragazza cinese, lo svedese una biondona alta un metro e novanta, il beduino una bella grassona ipertettuta, il pedofilo una bambina di dieci anni, il gerontofilo una vecchietta vista all'ospizio, il necrofilo quel bel cadavere di donna sbirciato all'obitorio. Ed è così per ogni vocabolo: ogni parola è un'etichetta dietro la quale ognuno ci immagina il contenuto che vuole. Se così non fosse il mondo non pullulerebbe di malintesi. Quando due esseri umani conversano, solo una minima parte dei significati trasmessi giunge a destinazione. Vi sono conversazioni dove ogni parola viene malintesa. Basti pensare a certe discussioni tra innamorati, dove ogni tentativo di spiegazione sortisce l'effetto opposto a quello desiderato, ed alla fine della discussione i due amanti non sono più innamorati. Poi stanno un po' di tempo senza parlare tra di loro e ritornano innamorati.
Cambio discorso. E' un po' di tempo che nelle retrovie della mia mente, mentre scrivevo quanto ho scritto sinora, mi viene da pensare a un'arancia. Non un'arancia qualunque. Ma l'arancia di cui ho letto in un libro. Era un'arancia perfetta, rotonda, paradossalmente quadrata. Non faceva nulla di speciale. Veniva soltanto descritta, o meglio, veniva citata per divagare, similmente a come sto facendo io ora. Era uno scrittore famoso, ed io non lo sono. Era un'arancia normale, eppure evidentemente importante, se veniva citata in un libro di uno scrittore famoso, e successivamente, adesso, ripresa anche da me, scrittore tutt'altro che famoso. L'arancia è l'organo riproduttivo di un certo tipo di alberi. A prima vista, guardando di sbieco questa faccenda (qualsiasi cosa l'espressione di guardare di sbieco possa voler dire), nutrirsi di arance potrebbe apparire come una pratica disgustosa e oscena, similmente al nutrirsi di uova di gallina. Invece è proprio quello che gli aranci (gli alberi) vogliono. Anche i peri, i pruni, le viti e tutti i vegetali produttori di frutti non vedono l'ora che qualcuno glieli mangi. E perché mai, si chiederà qualcuno? Sono tali vegetali tutti masochisti? Non sono né masochisti, né stupidi. I vegetali produttori di frutti sono invece diabolicamente astuti. Ti mettono lì il loro frutto in bella vista, succulento, dolce e maturo, ma ripieno di semi duri, fastidiosi ed indigesti. Arriva l'animale goloso, si pappa tutto il frutto semi compresi, se ne va in giro a spasso per la vasta campagna, e prima o poi fa una bella cacchina o una brutta caccona (dipende da quale animale), tutta piena dei semi non digeriti dei frutti mangiati. I semi germogliano nella terra sotto alla cacca disciolta dalle piogge, ed ecco che quella pianta si è riprodotta, senza fatica, a grande distanza dal sito della sua immota esistenza. A questo punto mi sorge un dubbio: quanto dovevano avere grossa la bocca gli animali per farsi mangiare dai quali i cocomeri si sono evoluti così grossi e con la buccia così dura? Trattavasi forse... dei dinosauri? Caro Maurizio Costanzo Show, la domanda è gratuita, come tutte le domande la cui risposta non ci produce un diretto vantaggio. Se ne possono immaginare di ancora più gratuite della suddetta. Per esempio: L'universo è infinito? Cos'è l'Universo? Ma... esiste un Universo, al di là della recente acquisizione umana della convinzione che un Universo esista, oltre il cielo nostrano, là dove altro che miriadi di puntini luminosi noi non vediamo?

Roberto Quaglia


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© 1994-2000 Roberto Quaglia.



















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